AUTORITRATTO

Avvocato Giuseppe Grassott

Il mio studio legale è stato per oltre quarant’anni la mia seconda casa.
Vi ho trascorso il maggior tempo della mia vita.
Se rinascessi, starei meno attaccato alla poltrona.
Se arriverete in fondo al testo, ne saprete di più, in generale, sulla professione di avvocato e, certamente, la mia vita professionale per voi non sarà più un mistero.
Se avessi voglia di raccontarvi le storie, potrei scrivere un libro, ma questo vizietto di scrivere, che coltivo ancora, preferisco dedicarlo al mio privato.
Vi parlo, quindi, della mia faccia pubblica: prendete nota che, quale scrittore per hobby, non ho vinto il premio Pulitzer, ma come avvocato sono annoverabile tra i più grossi della mia città: sfioro i 120 kg. di peso!
Nel mio bunker, un ufficio dislocato in uno dei bei palazzi del centro urbano della fantastica città di Como, sono il primo tra i pari: con me fanno squadra mio figlio Marco, mio nipote Alessandro e l’ospite Andrea, che attualmente è un sopravvissuto tra gli “allievi” che dalla mia panchina sono diventati titolari in campo.
Uso spesso, forse compiacendomene troppo, un linguaggio calcistico. Siate comprensivi.
Ne ho svezzati, di avvocatini, più di due dozzine e fra le segretarie resiste alle mie tirannie Anna, una fanciulla che ama il proprio lavoro, si trova a suo agio con atti giudiziari, puri e impuri – alias infarciti di errori e di castronerie - ed è pronta a darmi quattro mani per le mie divagazioni letterarie e….pallonare.
Si, perché è bene che sappiate che, oltre a masticare diritto, per troppi anni ho coltivato la passionaccia del calcio, cavalcando sogni azzurri, maradoniani!
Il mio linguaggio spesso è meno aulico di quanto si usa e porta i segni di emozioni che non si spegneranno.
Ma è ora che vi dica, per sommi capi, la mia storia professionale.
In casa ho giocato con i codici presso il Tribunale di Como, un palazzaccio brutto a vedersi, solo apparentemente moderno, sfregiato da una struttura architettonica sempre più arrugginita.
Le arringhe fuori casa le ho fatte in molti Tribunali d’Italia.
Nei corridoi e nelle aule della Cassazione ho trascorso molte ore, indossando – inizialmente con pudore -  la toga dai fregi dorati.
Ogni trasferta romana è stata – quasi sempre – abbinata a piaceri gastroenoici: non sono tra quelli che resistono al richiamo delle trattorie della Città Eterna e non è reato, quando si può, unire all’utile il dilettevole.
I miei clienti, croce e delizia, mi hanno coinvolto nei loro problemi di cuore e di tasca, nelle loro rare fortune e nelle quotidiane avversità
Ne ho avuto tanti, sufficienti, a riempire una galleria di volti o un album di ricordi.
Non sono stato – né sono - un avvocato adatto per tutte le stagioni: se pochi mi avranno amato, (quasi) tutti mi hanno rispettato.
E non è poco in questi tempi bastardi.
Verifico ogni giorno che in materia giudiziaria non sempre “la migliore difesa è l’attacco”, ma è innegabile che nelle aule di giustizia non si può essere teneri: né con i clienti, né con le controparti,  né con i giudici. Toni diversi sono ovviamente da usarsi a seconda degli interlocutori e delle situazioni.
Avendo per mia scelta deciso di vivere la quotidianità professionale artigianalmente, mi sono calato nei tormenti familiari di nuclei in fase di decomposizione, nelle dolorose vicende di soggetti che hanno subito offese fisiche e morali, di tanti che si sono dovuti difendere da ingiuste accuse, nelle angosce di debitori alle prese con perentorie intimazioni, nei disagi di poveri cristi costretti a contrastare accidenti, nei guai sindacali e commerciali di sfortunati imprenditori.
In qualche occasione ho condiviso le fortune di chi si è ritrovato, buon per lui, ad essere baciato dalla buona sorte, contribuendone a consolidare il benessere.
L’avvocato non assiste solo gli sfortunati, ma anche chi ha la ventura di veleggiare con il vento in poppa!
Ho rifiutato di accettare il ruolo di “menagramo” che i clienti maldestramente appiccicano ai protagonisti della vita forense e a chi, talvolta, ha evocato la storiella comasca, secondo cui il topo che va a finire in bocca al gatto è da ritenersi più fortunato del cliente tapino che cade fra le braccia – o nella padella! – di un avvocato, ho replicato, convinto, che non sono gli avvocati a produrre guai, ma i clienti a cercarseli, spesso con il lanternino!
Sono, per dirla tecnicamente, un avvocato eclettico, un “professionista libero” – che è  qualcosa in più di “libero professionista” - penalista e civilista, che tratta con pari dignità chi si è lasciato coinvolgere da esperienze delittuose, chi deve mettere un punto fermo alla sua vita personale e, in pratica, tutti quelli che hanno sperato in qualche modo di ottenere giustizia.
Non sempre il mio contributo è risolutivo: la fortuna è femmina, difficile da afferrarsi.
Io ci ho provato, e ci provo a ghermirla nell’interesse dei miei assistiti, non prescindendo nel perseguire gli obiettivi da metodo e razionalità.
Non ho mai alimentato, né alimento, illusioni: concretezza e rapidità sono, a mio parere, gli elementi da privilegiarsi per non mortificare le attese del cliente.
Ho sempre cercato di essere svelto e, in molti casi, ho privilegiato pragmatiche transazioni rispetto ad annose e sterili vittorie.
Le mie prestazioni sono, per così dire, agonistiche, non muscolari!
Nel mio studio non cresce l’ “erba voglio”, che può essere ricercata da chi la predilige – e sono tanti - in uno splendido paesino, Pian del Voglio, dislocato nell’appennino tosco-emiliano!
Con i miei interlocutori preferisco parlare chiaro e forte, l’ho sempre fatto, responsabilmente, anche se, per questa mia peculiarità, qualche cliente ha preso altre strade…
Buon per lui? Non so. Non mi interessa.
Ho verificato che troppo spesso i Tribunali si trasformano in un mercato, luogo in cui è noto, è talvolta preferibile modulare la voce su volumi non silenziosi. Ed il mio timbro vocalico non da sagrestia!
Molti colleghi, la quasi totalità, preferiscono abbassare i toni.
Qualcuno anzi preferisce sussurrare, soprattutto con i giudici.
Io a chi fa il difficile mestiere di giudicare ho sempre riservato rispetto, disdegnando però inciuci ed eccessive familiarità.
Avvocati e giudici sono – non unici – i principali protagonisti del teatrino della giustizia, nel quale dovrebbero evitarsi le ricorrenti baruffe.
A mio avviso, il rapporto magistrato-difensore deve essere paritetico, pur nella sostanziale differenza dei ruoli.
Nell’ideale scontro che auspicabilmente dovrebbe tradursi in una opportuna sintesi, ho preferito nella mia carriera usare la sciabola, a discapito del fioretto, senza (quasi) mai tirar a vuoto.
Ho contrastato tesi che non mi parevano munite del crisma del dogma, ho impugnato sentenze con penna rispettosa della grammatica e della sintassi.
È una prerogativa alla quale non rinuncio, anche perché non so strimpellare con il computer e le comparse le scrivo ancora a mano!
Saluti da un sopravvissuto!
Clic!

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